La Repubblica

«Roma, Appia antica: 11 ettari della Caffarella “regalati” dal Comune agli abusivi»

29 ottobre 2016
di Carlo Alberto Bucci,
La Repubblica, ed. Roma, 26 ottobre 2016.

Abusivi legalizzati. E, in alcuni casi, autori di abusi edilizi. Ma da undici anni vivono in 11 ettari del parco della Caffarella: in “detenzione precaria”. Nonostante il termine tecnico alluda al carcere, per loro è una prigione dorata. Sono i proprietari (dovremmo dire ex) di sette insediamenti che si trovano sull’Appia Antica, nel primo, prestigioso tratto, subito dopo porta San Sebastiano e a ridosso della chiesetta-simbolo del Quo Vadis. Si tengono stretti chi il sepolcro di Geta, chi un fienile del Settecento, chi un laghetto ameno accanto all’Almone, il fiume sacro ai romani. E questo perché il Comune di Roma, che nel 2005 espropriò i loro beni, da allora non ha fatto nulla per riprenderseli. Lasciando quegli 111.002 metri quadrati di parco della Caffarella (parte del parco dell’Appia antica) “in detenzione precaria ai vecchi proprietari”.

La denuncia viene dai cittadini del Comitato per il Parco della Caffarella, associazione nata 32 anni fa. Il 9 maggio gli agguerriti ambientalisti guidati dalla presidente Rossana De Stefani hanno scritto al vicesegretario generale del Campidoglio, Mariarosa Turchi, per chiedere che il Comune prenda finalmente possesso dei beni da 11 anni in suo possesso. “E di renderli fruibili”. Ma siccome a quella lettera di primavera non hanno ancora avuto risposta, ora hanno scritto direttamente all’indirizzo di posta elettronica della sindaca Virginia Raggi. Nella e-mail ricordano che raccolsero 13mila firme nel 1990 affinché il Parlamento approvasse la legge per Roma Capitale che stanziava 26 miliardi di lire per l’esproprio della Caffarella. E chiedono che gli uffici capitolini inviino “tempestivamente una lettera ai 5 occupanti di queste aree espropriate, comunicando loro la cessazione della detenzione precaria”.

Spiega il professor Roberto Federici, del direttivo del Comitato per la Caffarella:  “Per quegli undici ettari e le meraviglie che si trovano al loro interno, lo Stato versò 800mila euro circa. Il procedimento di esproprio fu avviato nel 2005 sotto il sindaco Rutelli e due anni dopo perfezionato dalla giunta Veltroni. Ma da allora nulla è cambiato. E, per colpa di questa dimenticanza, il parco della Caffarella continua a non avere un accesso sull’Appia Antica. Inutili sono risultati i nostri appelli ai sindaci Alemanno e Marino. Ora proviamo con Raggi. Un consigliere della maggioranza grillina ci ha fatto sapere che di questo problema si parlerà forse in commissione Ambiente o forse Patrimonio. Tutto qui, ma non c’è tempo da perdere”.

Già, perché, scrivono i difensori della Caffarella a Raggi, il Comune rischia di perdere “definitivamente” le aree espropriate “con soldi pubblici”, in quanto, “tra qualche anno, potrebbero essere acquisite dai vecchi proprietari per usucapione”. In realtà, l’usucapione non dovrebbe valere per i beni pubblici. “Invece alcuni esperti di diritto ci confermano che questo spauracchio esiste, quindi bisogna fare in fretta: liberare le aree dagli occupanti e renderle finalmente fruibili ai cittadini”, taglia corto Federici.

Se Comune è rimasto finora sordo ai loro appelli, i paladini della Caffarella hanno trovato sponda per le loro attività e battaglie nell’ente parco regionale Appia Antica e nella Soprintendenza che si occupa della tutela dell’area. Per quest’ultima lavora da anni Rita Paris che, in attesa della nomina entro dicembre del nuovo direttore dell’istituendo parco statale dell’Appia (l’interim è tenuto dal segretario regionale Daniela Porro) , continua la sua battaglia contro gli abusi edilizi e condoni giacenti. E per l’acquisizione al patrimonio pubblico di altre porzioni di territorio da strappare a quell’85% in mano ai privati, nel parco (teoricamente) più vincolato al mondo.

Primo punto, i condoni eterni: “Sono sommersa da pratiche ormai pluridecennali, è una battaglia sfiancante, a colpi di ricorsi e controricorsi. Sono passati venti anni dalla morte di Antonio Cederna e stiamo ancora a combattere perché persone che hanno costruito non un muretto, non una veranda, ma interi villini ex novo, tra e sopra i ruderi antichi, vedano abbattuto il loro abuso perpetrato in una zona di inedificabilità assoluta” si sfoga l’archeologa. Uno dei casi più clamorosi è la villa costruita negli anni Settanta in mezzo ai sepolcri cristiani dei Calventii e dei Cercenii. E che nemmeno i soldi del Giubileo della Misericordia hanno fatto sì che fossero mostrati ai pellegrini. “I proprietari non rispondono neanche più al telefono”, ammette sconsolata Paris. Che telefona inutilmente anche all’ufficio condoni di Risorse per Roma per segnalare nuovi e vecchi illeciti: “C’è sempre un disco registrato, resto in attesa per decine di minuti, alla fine riattacco”.

Poi la funzionaria della Soprintendenza tira fuori, dal mucchio di dossier sul suo tavolo, la pratica 180, fascicolo 36, “Via della Tenuta di S. Cesareo 41 (loc. Tor Carbone)”. Il proprietario attuale l’acquistò nel 1980 e nell’86, in due fasi. Presentando nell’86 stesso una prima istanza di sanatoria per 279 metri quadrati “realizzati ex novo nel 1971”. Istanza rigettata dalla Soprintendenza forte del rigidissimo regime vincolistico dell’area, a partire dal Prg del 1965. Ma nell’89 il Tar dà ragione al proprietario. E così ancora nel 2002 dopo il parere negativo del 1997 da parte della Soprintendenza alla nuova richiesta di condono. Fino al Consiglio di Stato che respinge l’ennesimo ricorso della Soprintendenza statale condannandola a pagare quattromila euro di spese di giudizio. “I giudici ci hanno dato inspiegabilmente torto in uno dei pochi casi in cui l’ufficio speciale condoni edilizi si era espresso negativamente al rilascio della concessione in sanatoria”, sottolinea amareggiata Paris.

La studiosa però non si dà per vinta. E lascia in eredità, al direttore del parco dell’Appia che verrà, l’impegno a continuare nella campagna di espropri che ha portato negli anni lo Stato ad acquisire gioielli come la Villa dei Quintili, la villa di Capo di Bove, il complesso di Santa Maria Nova. “Sono gli stessi proprietari, molto spesso, a volerci cedere i tesori nei loro possedimenti. Per il Sepolcro degli Equinozi a Capo di Bove hanno scritto anche al ministero Beni culturali. E credo che con sei-settecentomila euro l’affare sarebbe fatto anche per Sant’Urbano a via dei Lugari”. Ci sarebbero poi i molti, possibili casi di acquisizioni coatte di complessi abusivi. Il nascituro parco archeologico dell’Appia ha del resto bisogno di arricchirsi di antichità romane da mostrare ai suoi proprietari: i cittadini italiani. Basta non ripetere l’errore del Campidoglio e di quegli 11 ettari lasciati ai vecchi padroni in una, lunghissima “detenzione precaria”.
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